venerdì 22 luglio 2016

Piccolissimo alfabeto sentimentale: O come Onda

Le onde del destino, come il film di quel regista un po' matto, spesso ci travolgono: a volte felicemente, spesso lasciandoci storditi sulla riva dei nostri soliti giorni. La felicità è un'onda, così come la tristezza e la mancanza. Mentre la malinconia ristagna piano, la gioia scoppietta e sbrilluccica sulla riva.
È quando ci arrabattiamo per analizzare e spiegare e spiegarci cosa sta accadendo, che capiamo che sarebbe stato meglio studiare meno e praticare più il windsurf. O forse no?
Le onde sono la metafora più metafora di tutte, raccontano di amicizie che crescono e si interrompono e ritornano, di amori che ricompaiono o arrivano improvvisi, ognuno con una risacca diversa. A volte piccola e lieve, altre così forte da non lasciarci più andare.
Stando attenti si potrebbe anche sentire il suono, quasi il canto, delle onde: è il rumore di fondo della nostra anima quando incontra l'imprevisto, quella cosa che amiamo odiare, e decide di farci due chiacchiere, o mentre affronta l'onda grande e cattiva e urla più forte di lei.
"Onda su onda, il mare ci porterà/alla deriva/in balia di una sorte bizzarra e cattiva": spiace dirlo, ma stavolta il poeta non ha proprio ragione. 
Le onde possono anche sommergerci e poi ritirarsi, e nel frattempo noi avremo imparato a nuotare, andare sotto e riemergere, spesso anche canticchiando un po' quella melodia.

Piccolissimo alfabeto sentimentale: N come NO

L'obbedienza non è più una virtù”, e non l'ho detto certo io. Obbedire è dire sempre sì, perchè assecondare garantisce tranquillità e le acque stagnanti del quieto sopravvivere, anche se vivere è spesso un'altra cosa. 

Come una moneta che lanciamo in aria, la negazione ha due facce, due scuole di pensiero con relativi adepti. Quelli che si negano sempre, e il loro “NO” è più no di quello degli altri: più deciso, tranciante, definitivo, spesso totalmente immotivato, ripetuto in un loop automatico che è un pessimo segno di ritiro dalla realtà, spesso di egocentrismo o scarso interesse alla vita. Scappare, consiglierebbe la vostra terapeuta di fiducia, scappare veloce.

Poi ci sono quelli che non lo dicono mai, e il mondo li vampirizza: toglie loro le energie vitali, utilizza la loro disponibilità e l'obbedienza verso la famiglia, gli amori, gli amici, il lavoro (esattamente in questo ordine di vampirismo) senza scrupoli e spesso senza accorgersene.
Dire “no”, in questo caso, è una liberazione senza eguali. Appena l'hai detto, la giornata è più chiara, la luce più forte, un impertinente buonumore si fa strada dentro, e spesso ci accorgiamo perfino di fischiettare.

Più amiamo e più è necessario dirlo, disobbedire a chi ci vuole, in perfetta buona fede e amore, uguali a prima, all'immagine quieta e standard appesa in conc'e lettu (NdR: sopra il letto), mentre i granelli di sabbia nel nostro ingranaggio cominciano a essere troppi, e a farlo inceppare. Il “no” è un efficace selezionatore del personale, perché chi non lo sopporta proprio ritira la candidatura a entrare nella nostra vita, e chi già c'è si abitua presto: sono le nuove leggi del mercato, bellezza!

Anche nel lavoro- che è sentimento, identità, interezza- in questi tempi di precarietà e di scelte altrui sulle nostre vite, il “no” diventa arma di libertà, due lettere che cambiano il corso della giornata e spesso anche della vita. Dire no a quello che sappiamo essere sbagliato o insufficiente per noi, tirare dritto nonostante i volti stupiti di chi non abbiamo abituato a sentirselo dire.

La disubbidienza, questa amica preziosa, è uno stato interiore prima che manifesto, una riserva energetica, il buen retiro dell'anima e la consapevolezza di farcela comunque, anche se ci vorrà molta molta fatica. 
Ma la libertà e l'interezza non sono gratis, ne paghiamo il prezzo. E anche se non ci sono saldi in questo territorio, sono comunque due accessori che stanno bene con tutto, in tutte le stagioni.


#LetteraN

mercoledì 20 luglio 2016

Piccolissimo alfabeto sentimentale: M come mancanza

Siamo fatti per il 70% d'acqua, il resto è mancanza.
Un sentimento che nelle serate buone è parente stretto della malinconia, in quelle brutte della rabbia. Abbiamo lasciato amicizie, amori, lavori, luoghi, oppure loro hanno lasciato noi; e se a volte è stata una liberazione, in altri casi ci chiediamo come richiudere il buco che ci si è aperto nel torace, ad altezza diaframma.

Un po' come quelli che perdono un arto in un incidente e continuano a sentirlo prudere, anche noi a volte ci svegliamo e pensiamo di essere a casa nostra, nella nostra terra; che non è per forza un luogo, ma può essere anche una persona. Ci sembra di vederli nelle altre facce che incontriamo, di sentire l'odore del mare anche in una città straniera, inseguiamo la luce anche dove non c'è.

La mancanza è il “business” dei poeti, è una condizione di evoluzione umana che passa attraverso “un milione di scale” (Montale) e non necessita di grandi distanze: può disperatamente mancarci anche chi abbiamo davanti, anche se “i nostri ginocchi si toccano” (Hikmet), se non troviamo o non c'è una soluzione a questo stare a pezzi.

Oppure è una canzone che improvvisamente ci riporta a un decennio fa, a quell'occasione che abbiamo lasciato andare, a quello sguardo non ricambiato. E' l'allarme che abbiamo sentito suonare, ignorandolo, oppure è la conseguenza che pensavano di affrontare con leggerezza.

La mancanza, questa stronza, funge da grillo parlante: cosa ti avevo detto io?

A volte però è anche un'occasione di insolita allegria, l'insperata scoperta che sappiamo rigenerarci ogni volta, mettere una pezza a quel buco nel torace e non aver voglia di grattare quel braccio o gamba che non abbiamo più, strappato da chissà quali eventi del passato o del presente. Succede di solito quando si è soli, magari in macchina, forse in una pineta o su una spiaggia, o anche per la strada, e la gente pensa che siamo un po' matti, poverini.

Come in un lampo, ci viene in mente qualcosa di bello o buffo di chi non è con noi, un ricordo che per una volta non è una coltellata ma una carezza brusca, e ci viene da ridere. E' bello, consolatorio, complice. E funziona più o meno così:
Ancora tu? Ma non dovevamo vederci -e soprattutto pensarci- più?



#LetteraM

martedì 19 luglio 2016

Piccolissimo alfabeto sentimentale: H come hic et nunc

L'avevo dimenticata, ma soltanto perché ero distratta. Non ero, cioè, concentrata sull' “hic et nunc”: qui e ora. La locuzione latina, secondo la Treccani, “si usa spesso per indicare che una cosa non ammette proroghe nella sua attuazione”.
E' forse lo snodo cruciale, il momento che cambia la vita e che dobbiamo saper cogliere adesso, non dopo. E' una esortazione ad essere coraggiosi, a godere dell'attimo presente, anche e soprattutto quando è insolito e non sappiamo cosa ci sarà dopo, dietro, sotto e di lato.
C'è un tempo per aspettare e uno per fare, e se talvolta il “qui e ora” ci permette di cambiare il binario del nostro treno, altre volte è solo un esercizio di approssimazione verso i nostri veri desideri.
Dopo secoli di evoluzione umana proiettata al futuro e saltuarie nostalgie verso il passato, è arrivata l'occasione dell'eterno presente, il momento esatto in cui siamo qui e non in un altro luogo, con il nostro corpo e l'anima in allerta, per prendere decisioni epiche o praticare le piccole cose trascurate.
“Qui e ora”: un gelato con tre gusti anche se fra mezz'ora si cena, il bacio per cui stavamo aspettando l'occasione giusta, e anche lo spiccare il volo, prendere la rincorsa, insomma partire, camminare, o se necessario fuggire.
Senza rimandare troppo, chè non serve.
E' anche lo scenario in cui si muovono i sentimenti giovani, gli amori clandestini, ma anche coloro che pigramente non guardano al domani.
E invece l' “hic et nunc” è una promessa di futuro rinnovata ogni volta, un lancio di bungee jumping con un cavo resistentissimo, lo stesso della nostra fiducia in noi stessi.
Perchè solo i cuori coraggiosi e fiduciosi sanno prendersi le responsabilità, le conseguenze e pagare il prezzo di una scelta “in contanti”, cash, che comunque è adesso.
D'altronde del domani non v'è certezza, diceva qualcuno di famoso, no?

lunedì 18 luglio 2016

Piccolissimo alfabeto sentimentale: L come leggerezza

Ce l'ha spiegato benissimo Calvino: "leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall'alto". È un'arte difficilissima, che come l'ironia (a cui sempre si accompagna) o ce l'hai o non te la puoi dare.
La leggerezza permette di maneggiare il materiale incandescente dei sentimenti più forti con la consapevolezza che sopravviverai, perchè qualche milione di persone prima di te ce l'ha fatta. È soprattutto la capacità invincibile e impertinente di ridere di se stessi, uno spiccatissimo senso del ridicolo che salva dai trombonismi e dalle convinzioni granitiche.
Talvolta è scambiata per ferocia, ma è l'esatto contrario: la leggerezza è uno sguardo misericordioso e compassionevole sul mondo, sulle debolezze di tutti, un abbraccio inaspettato al posto di due freddi bacetti sulle guance.
Spesso passiamo sulla terra pesanti, parafrasando quello scrittore che tanto ci aiuta nei momenti difficili, perché in fondo siamo carichi di pesi e pensieri e convinzioni e condizioni. 
Una bella tabella di allenamento alla leggerezza ci aiuterà a tornare in forma, con molti esercizi di sottrazione e potatura del superfluo. Che per quanto sia importante non si alza, non vola. E nasconde il vero e il bello.
Alleggeriamoci: è un gioco a levare che ci mostrerà l'essenziale, le cose importanti, il nocciolo duro della questione.
E una volta mostrato in tutta la sua verità (quindi bellezza), potremo decidere meglio come gestirlo. In fondo ci sono ancora moltissime lettere dell'alfabeto!

domenica 17 luglio 2016

Perchè non sai soffrire (a proposito di doppie spunte blu)

Avevamo quindici, vent'anni: erano i primi anni Novanta.
Se ci piaceva qualcuno lo scrivevamo sul diario di scuola o su quello personale, a casa, in qualche caso risparmiando sul futuro analista. Ne parlavamo con le amiche e gli amici, aspettando magari l'occasione giusta. Oppure la telefonata pomeridiana al telefono di casa.

Magari scrivevamo anche dei biglietti, o delle lettere; e se la relazione era a distanza l'arrivo del postino diventava l'evento cruciale della settimana.
Sì, perché una lettera può metterci tre, quattro giorni ad arrivare, perfino una settimana. E se si fosse persa? E' impossibile che non mi risponda. O questa volta andrà così?
Il “sospetto agitato” di cui scrive il poeta Nazim Hikmet è l'immagine perfetta di una busta chiusa che “non so cosa contenga e da chi”. Se c'è, s'intende.

Giorni interi a farsi domande, a rimuginare, a soffrire. Aspettare e soffrire, due cose che abbiamo disimparato a fare perfino noi della generazione di mezzo, che pure abbiamo conosciuto le cabine telefoniche pubbliche, gettoni e tessere che dettavano la durata della nostra passione, ma anche dei pettegolezzi con le amiche, insomma un primo orgoglioso presidio di libertà fuori dalle mura e dalle orecchie domestiche.

Nell'adolescenza e nella prima giovinezza sapevamo soffrire, sapevamo forse gestire meglio l'ansia della comunicazione, semplicemente perché non c'era alternativa. 
I primi cellulari sarebbero arrivati dopo- ricordo il mio primissimo Eriksson verde con sportellino- , e comunque soltanto con gli SMS, la cosa più vicina a un biglietto, ma più immediato. Ancora poco nevrotico, però, all'inizio.

Sbaglierò forse, ma non mi sembra che la risposta tardiva a un messaggio causasse l'impazienza che oggi ci provoca una doppia spunta blu di WhatsApp a cui non segue subito un segno di vita da parte del nostro interlocutore. Dobbiamo rispondere subito, subito, perché non farlo?
Ma la domanda vera, noi lo sappiamo e in fondo è questo che ci angoscia, è piuttosto il contrario: perché farlo?

Per lo stesso motivo per cui rispondevamo alle lettere, riempivamo di pensieri e parole le pagine di quel quaderno con la copertina rossa, o ci decidevamo a fare quella telefonata: perché ci interessa.
E l'altro/a lo capirà proprio nell'esatto istante in cui accade, anche se è passato del tempo. Anche se tre o quattro giorni possono essere eterni (e, soprattutto quando si è vecchiotti e impazienti, determinare un esito fatale).

Anche le email, poderoso strumento di comunicazione, hanno annullato completamente la rassegnazione di dover aspettare, anche dare il tempo se necessario, perché diamo per scontato che dell'opportunità di rispondere si possa, anzi si debba, approfittare immediatamente.
Non dopo qualche giorno, ma al massimo dopo qualche ora. In caso contrario noi soffriamo, non è vero? 

La tecnologia- mi sento orrendamente vecchia mentre lo scrivo- ci ha aiutato a comunicare i sentimenti, perfino con gli emoticon che possono essere alternativamente un arricchimento grafico delle emozioni o un comodo escamotage da analfabetismo di ritorno- e allo stesso tempo reso più difficile gestire una parte fondamentale di queste emozioni: la frustrazione e la sofferenza dell'attesa.
Quel tenero “quando mi risponderà?” che cominciava non appena imbucavi la lettera ha ormai una soglia di tolleranza inesistente: non possiamo più incolpare le Poste ma soltanto la distrazione altrui, o magari una chat più interessante, o perfino la volontà di non risponderci anche dopo aver letto il nostro messaggio o mail.

Penso con molta curiosità e un filo di preoccupazione agli adolescenti di oggi, che non hanno proprio conosciuto l'alternativa, ma soltanto un mondo in cui puoi essere sempre connesso, reperibile in molti modi, geolocalizzabile, in cui addirittura in una conversazione scritta gli altri possono sapere se hai letto o no il loro messaggio, e nei casi peggiori chiedertene conto.

Un mondo in cui sappiamo che le nostre domande, invocazioni, lamentazioni o gioie arrivano immediatamente, e che quindi devono essere soddisfatte in maniera altrettanto rapida. 
Ma è lecito, giusto, realistico e perfino umano aspettarselo?
Il finale, comunque, è o dovrebbe essere sempre lo stesso: vedersi di persona, che è sempre la prova delle prove. Perchè la faccia dell'altro/a è sempre l'emoticon più efficace di tutti.

venerdì 15 luglio 2016

Piccolissimo alfabeto sentimentale: I come irrequietezza

"Le vent nous portera", e infatti in questi giorni soffia un maestrale forte, che ha finalmente squarciato la cappa di caldo paralizzante che ci impediva di fare.
Di dire, fare, baciare, lettera e testamento: come in una formula magica, l'irrequietezza ci risveglia dal torpore. È il non sapere dove mettersi, nei casi peggiori con chi; è il sentirsi strani e a pezzettini, ma comunque vitali e in ascolto. L'irrequieto cerca qualcosa, osserva il mondo intorno nella beata speranza che i pezzetti vadano a posto, anche se sa che non lo faranno da soli.
Anche se d'accordo con Ungaretti e l'amore come "quiete accesa", va detto che la realtà è più complessa, mutevole, agitata, proprio come il maestrale forte che pulisce il cielo e un po' incasina.
L'irrequietezza- da non confondere con la cugina ansia e la zia di secondo grado insoddisfazione perenne- è anche un gattino che non dobbiamo accarezzare troppo, facile al compiacimento e all'auto commiserazione.
La buona notizia è che calmarsi è possibile, almeno per qualche momento: funzionano bene un vestito nuovo, un pranzo fuori, vedere una persona amica che ci infonda allegria e che per un po' ci faccia dimenticare quei noiosi che siamo.
Poi tutto ricomincerà, almeno finché non finisce questo benedetto/maledetto maestrale.

giovedì 14 luglio 2016

Piccolissimo alfabeto sentimentale: G come gioco

Attività tipica dei bambini e degli adulti più evoluti, il gioco nelle relazioni lo si pratica in compagnia, altrimenti si chiama dominio.

Non è frequentissimo conservare o sviluppare il senso del gioco, che non è superficialità ma leggerezza, consapevolezza di sé, fiducia nell'altro e capacità di giocare, appunto, ad armi pari.
Può essere “un due tre..stella!”, per cui ci accorgiamo che qualcuno o qualcosa ci sta piombando addosso quando ormai è troppo tardi. Oppure può essere il “gioco del mondo”, con noi che saltiamo da una casella all'altra delle nostre esistenze secondo un ordine precostituito. E poi, magari, torniamo indietro saltellando con più convinzione.

Poi ci sono i giochi ai quali non vogliamo proprio giocare, ed è meglio chiarirselo e spiegarlo subito: sono gare di pedanteria e suscettibilità, sfide di recriminazioni e dispetti, competizioni massacranti per stabilire chi è il migliore- che però non è sempre chi ha vinto.

Può essere anche che “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare”, è vero; più frequentemente mollano il colpo, perché non sempre c'è solo divertimento ma anche difficoltà, qualche partita persa, e improvvisamente ci si rende conto che tutto può succedere: anche perdere, magari dieci a zero.

Ma vuoi mettere la soddisfazione di aver giocato bene, rispettando il fair play, senza colpi bassi ma divertendosi, che in fondo l'importante non è vincere ma partecipare? Partecipare, ecco il punto: mica come quelli che si arrabbiano e si portano via il pallone e i sentimenti, o come chi deve per forza primeggiare, dimostrare di aver ragione sempre, mentre l'altro/gli altri giocatori pian piano si annoiano e poi gliela danno vinta a tavolino.


Un bel gioco dura poco, però, come afferma un detto popolare. Ed è spesso vero, purtroppo o per fortuna.